Dall’Alaska alla Terra del Fuoco

Testo di Piero Ciacchella e Saida F. Corsini

Il mondo da capo a piedi

In sei mesi quasi cinquantamila chilometri percorsi in solitaria dall’instancabile viaggiatore ligure a bordo del suo Adriavan.

Girare il mondo su quattro ruote: la mia passione. Deserti, spazi aperti, incontri con la gente, citta frenetiche e piccoli paesi, realta in continuo mutamento. Ho speso 10 mesi per preparare questo viaggio e ora eccomi qui, pronto a partire con il mio fidato Adriavan, compagno di infinite esperienze.

Un itinerario di 48.000 chilometri passando per due mondi, in 6 mesi, giorno piu giorno meno. Ho calcolato tutto, e fondamentale. Sono un meticoloso. Tappe, soste, documenti: c’e tutto. La salute e perfetta e, da Roma, il ministero degli Esteri della Farnesina sara il mio angelo custode. L’avventura che mi condurra in solitaria dal Canada alla Terra del Fuoco, e cominciata. Mi trovo ad Alifax, nel Canada orientale, dove sono giunto dopo 9 ore complessive di volo. E il 28 luglio, sono atterrato giusto in tempo per vedere la motonave della Costa Container Lines entrare in porto con l’Adriavan, sistemato tra i numerosi container. Mi metto al volante e parto. E iniziato il mio viaggio di trasferimento verso l'Alaska, lungo 8.300 chilometri.

NATURA INCONTAMINATA

Prima tappa, il Canada e subito i primi 8000 chilometri per raggiungere l’Alaska.

In alto il “Lago Smeraldo”, tipico paesaggio canadese. In apertura, l’Adriavan al cospetto degli imponenti monoliti nel deserto dell’Arizona, Stati Uniti.

Avete presente quanta strada sia? Come andare da Milano fino a Bombay, in India... e sono solo all’inizio! Piu viaggio piu mi rendo conto di quanto le strade del Canada siano belle. Sono letteralmente immerse nella foresta. Lo scenario e incantevole e la circolazione e fluida, per niente intensa, su due carreggiate piu una, per ogni senso di marcia. Lungo l’asfalto, unicamente i cartelli indicatori delle velocita – massimo 110 km/h, per tutti -e i soliti “attenzione attraversamento cervi”, che qui, pero, si trasformano in “attenzione attraversamento alci”.

Le multe per chi non rispetta le norme del traffico sono salate, ma sembra proprio che in Canada regni il senso civico. In citta, quando ero ancora ad Halifax, ho visto bloccarsi un intero crocevia solamente perché una signora era indecisa se attraversare o meno la via. Guido disteso, entusiasta. Con un po’di attenzione si potrebbe viaggiare senza carte stradali tanto sono chiare ed efficienti le indicazioni. Lascio il Quebec dopo aver costeggiato a lungo la riva sud del grande fiume Saint Laurent. Entro in Ont ario e a Montreal sono invitato a cena dal Console italiano, una donna gentilissima. Questo sara uno dei moltissimi incontri che faro lungo il mio viaggio. Ci saranno sempre per-sone pronte a prodigarsi per farmi sentire a mio agio. Ben nove ambasciatori, oltre a con-soli, sindaci e anche gente comune. Parcheggero nei loro giardini e faro colazione con loro. E poi, c’e la stampa. Ovunque metta piede si sparge la notizia del mio arrivo, sono tutti curiosi di conoscere e intervistare questo uomo che da solo macina chilometri alla scoperta delle loro terre. E per tutti divento l’Indiana Jones italiano. Pian piano sto cominciando a carburare, sto riprendendo l’abitudine ai movimenti consueti dentro il mio Adriavan, che risponde perfettamente. Tocco Toronto -una selva di cemento cosi densa e alta che ogni mio tentativo di captare un satellite con il telefono risulta assolutamente infruttuoso – e mi dirigo alle Cascate del Niagara. Tra i mille turisti ci sono anch’io, con la faccia bagnata dalle finissime goccioline d’acqua che il vento sparpaglia nell’aria. L’impatto con le cascate e sensazionale, sono immense, di una bellezza fragorosa. Questo dono della natura e una vera miniera d'oro per tutti: ogni souvenir, ogni motel, perfino il panino che sto mangiando, si chiamano “Niagara Falls”. P assano i giorni, scorrono i chilometri. Mi accompagna un tempo estremamente variabile. Tappa dopo tappa, tra sole e pioggia, arrivo a Tunder Bay. E’ una cittadina splendida e posso dire di averla conosciuta a fondo grazie alle moltissime persone della comunita italiana, dal Console al candidato sindaco, e grazie a un imprevisto. Ebbene si, io che avevo programmato tutto sono fermo per una banale quanto incredibile questione di assicurazione Rc auto. Il mio assicuratore, alla richiesta di estensione della mia polizza per Canada e Stati Uniti, mi disse che avrei potuto facilmente fare un’assicurazione al mio arrivo in Canada, nei soliti chioschi che esistono alle frontiere. Una prassi normale, per cui accettai. Ora, invece, i canadesi mi dicono che, poiché il veicolo ha targa italiana, la polizza dovevo stipularla in Italia.

IL GRANDE NORD

Nell’altra pagina, il mezzo parcheggiato davanti alla dimora di un curioso collezionista di cerchioni d’auto, in Alaska. Sopra, alcuni orsi bruni frugano in una discarica alla ricerca di cibo. Al centro, un incontro mozzafiato con dei bisonti che attraversano la strada, in Canada.

Per farla breve, a Tunder Bay resto 20 giorni, per me si attivano consoli onorari e sindaci. Muovo mari e monti, dagli sponsor ai funzionari della Farnesina. Nulla da fare. Alla fine basta un fax a un’assicurazione degli Usa – ah, gli Usa, che semplicita – e tutto va a posto. Mi copriranno ad ogni tappa, tranne in Messico, Costa Rica e Argentina. Tant’e: sono in ritardo sulla tabella di marcia, ma confido nella sorte. Oggi c’e il sole, la spedizione italiana riparte! Percorro l’Alaska Highway. Dopo la grande pianura ricominciano prima le colline e poi le montagne vere e proprie. Sto lasciando il Canada e con me portero il ricordo dei grandi laghi, del verde della vegetazione, degli animali che ho incontrato. Tra tutti, le mandrie di bufali, enormi e schivi, ma li vedro di nuovo. Il panorama, dai finestrini del mio Adriavan, cambia ancora, 800 chilometri tra montagne tutte oltre i 4000 metri, ricoperte di neve e stupendi ghiacciai. E all’improvviso eccomi, sono in Alaska. Arrivato alla frontiera di ingresso Usa, grazie al mio visto di classe B2, passo senza formalita, senza controlli, il solo tempo di mettere sul passaporto un bel visto con scritto Alaska e sentirmi augurare buona permanenza. Anche qui, inaspettatamente, accettano la procedura del “Carnet de Passage en Douane”: fantastico, in quattro minuti riparto.

Addentrandomi in Alaska, francamente, provo una certa delusione. Stesse foreste del Canada, stessi laghi, stesse montagne. Ma a tirarmi su il morale ci pensano i colori del-l’autunno – che qui e gia arrivato – dal verde chiaro al rosso vinaccia, fino al giallo luminescente. Passato il confine, l’Alaska Highway diventa una normalissima strada provinciale e non se ne parla piu. A mozzarmi il fiato ora e la veduta sul massiccio dei monti Sant Elias, tutto innevato, quasi 6.000 metri di fronte ai quali tutti gli altri monti sembrano collinette. Giunto ad Anchorage, sopraggiunge la delusione. Grattacieli, hotel, quattro aeroporti, non un’abitazione privata, tutto e per il turista. Io amo gli spazi aperti, le grandi pianure, la natura comunque. Scappo via. Ma scappando – torno in Canada - mi lascio alle spalle il Grande Nord, sempre piu lontano mentre guido attraverso le terre della corsa all’oro. A ricordare le gesta dei cercatori, ci sono un po’ ovunque musei. Come quelli di Dawson, che celebrano i nomi di chi si gioco tutto per il prezioso metallo. Mentre marcio nuovamente alla volta degli States, non posso non passare per le Montagne Rocciose. Me l’hanno detto tutti: fai una deviazione, ma attraversale. E cosi ho fatto: venendo da Grande Praire, anziché andare a Calgary passando per Edmonton, ho preso una via, diciamo parallela. E stato un consiglio prezioso poiché, percorrendo un’ottima autostrada a cavallo dei 700/1500 metri, con passi fino a 2.100, ho visto scorrere, sulla mia destra, una parata di imponenti ghiacciai: Hooker, Chaba, Columbia, Lyell, Mons,Wilson, Wapta, Waputik, tutti originati da cime intorno o oltre i 3.500 metri.

NEL PAESE DELLO ZIO SAM

Alcuni scorci delle localita toccate negli Stati Uniti: qui la casa degli ufficiali a Fort Laramie; a destra dall’alto, Little Big Horn, la collina dell’ultima battaglia del generale Custer e Virginia City. Sotto, Sequoia National Forest. Nell’altra pagina, in alto, un geyser nel Parco di Yellowstone e sotto una stazione di servizio in Alaska.Laramie; a destra dall’alto, Little Big Horn, la collina dell’ultima battaglia del generale Custer e Virginia City. Sotto, Sequoia National Forest. Nell’altra pagina, in alto, un geyser nel Parco di Yellowstone e sotto una stazione di servizio in Alaska.

Fino al Columbia, il piu attraente, forse perché su quello ti ci portano proprio sopra. Qui i camperisti li accolgono a braccia aperte, con grandissimi parcheggi gratuiti per caravan e camper dove si puo rimanere tutta la notte senza dover giocare a guardia e ladri con i vigili urbani. Di nuovo in marcia, e passato un mese e mezzo da quando io e il mio Adriavan ci siamo ricongiunti ad Alifax e, ora, un’altra frontiera si avvicina. Passo il confine a Carway: sono di nuovo negli States. Provenendo dal Canada, scendo lungo le Montagne Rocciose fino a Salt Lake City e poi Las Vegas. Risalgo quindi in diagonale verso nord-est in direzione di Denver per poi ridiscendere, attraverso il fiume Colorado, verso l’Ar-?

Diario di bordo ches National Park e la Monument Valley. Ora mi imbatto nei Canyon del Colorado River: stupefacente. Vedo pareti color verde bottiglia e, altrove, di un rosso bruciato. Verso l’Arches National Park altissimi pinnacoli reggono sulla sommita massi asimmetrici piu grandi di loro, in un equilibrio della natura che lascia attoniti. E poi, eccomi nella Monument Valley, con i torrioni di roccia rossastra: nell’immaginario di tutti, e qui che gli indiani e le truppe americane si sfidavano tristemente. Sembra la scena di un film. E gli indiani Navajo ci sono davvero. Piccoli di statura, carnagione olivastra, abitano casette sparpagliate nella grande prateria dove allevano i cavalli. E il presagio di un incontro. Poco oltre, infatti, nella Foresta pietrificata, ecco un uomo speciale. E la guardia del parco, un giovane Navajo di non piu di 25 anni, con i capelli raccolti a coda di cavallo, lunghi fino in fondo alla schiena. E un pronipote di Geronimo: inizia la storia, quella vera. Geronimo, il grande capo tribu indiano, non era affatto un grande capo tribu e, inizialmente, nemmeno un guerriero. Assolutamente pacifico, fino al giorno in cui, tornando dalla caccia, trovo tutte le tende del villaggio bruciate e distrutte. I figli, la moglie, i genitori, tutti uccisi dai militari che avevano effettuato un’incursione punitiva.

Da quel giorno inizio la propria battaglia personale contro i militari e molti lo seguirono, da quel giorno fu Geronimo. Con questa storia addosso, riprendo il cammino. La strada e lunga fino alla Terra del Fuoco. Poco prima del confine col Messico, attraverso un deserto di cactus. Si estende oltrefrontiera, senza confini. I confini li mette l’uomo. Comunque sia, io li devo passare. In Messico niente “Carnet de Passage en Douane”. Ma con un po’ di documenti, quattro timbri, qualche firma e i soliti 22 dollari da pagare eccomi nella terra dei Maya. La sognavo da bambino, mai avrei pensato di raggiungerla. E, invece, sono proprio qui.

INCONTRO CON I PELLEROSSA

Ancora negli Stati Uniti: qui sopra il pronipote del grande capo indiano Geronimo nella riserva indiana Navajo, villaggio Moeneve; sotto la tribu Kaibab in festa nella riserva di Pipi Spring; al centro, una veduta dell’Arches National Park; nell’altra pagina, dall’alto, la Monument Valley e la Death Valley.

E arrivato “El avventuriero dell’asfalto”: cosi titoleranno i giornali locali parlando di me e del mio Adriavan. Grazie all’assistenza della Farnesina, a Citta del Messico – 22 milioni di abitanti! – mi accoglie niente meno che l’ambasciatore italiano, Franco Tempesta, e finisco a una festa mondana, tra stilisti e imprenditori, organizzata non a caso in coincidenza del mio arrivo. L’Adriavan e li, gloriosamente parcheggiato con le Ferrari, le Maserati e una scintillante Alfa Romeo da collezione. Ma del Messico amero gli indios del-lo Yucatan, che parlano ancora un dialetto Maya incomprensibile, e i siti archeologici che mi fanno capire quanto sia viva la storia degli indios. Provo a scattare un po’ di foto alla gente, ma qui pensano che le foto rubino l’anima, cosi scappano. Ormai e novembre. Attraverso il poverissimo stato del Belize, dove le spiagge sono state comprate dai tour-operator. I bambini mi chiedono pane, non soldi, e la capitale, Belize City, ha fogne a cielo aperto. Mi inoltro a piedi nella foresta tropicale del Guatemala, tanto impenetrabile e tanto monumentale che una foglia e ben piu alta del mio buon Adriavan. Faccio lo slalom tra i vulcani fumanti dell’Honduras, passo il Nicaragua e incontro i contadini con la pelle bruciata che si muovono nei campi di cacao e caffe del Costarica. Poi, Panama, il paradiso fiscale: un grosso tuffo gelato. Mi sembra di essere a Manhattan. Grattacieli, yacht, benessere smisurato e americani. Sgommo alla volta della Colombia, anzi, no. Perché l’ambasciatore della Colombia, Felice Scauso, mi dice: “Qui non puo transitare, Ciacchella, non mi accollo il rischio. La polizia ha paura a farle da scorta”. Io, super sponsorizzato, in prima pagina sui giornali, rischio il sequestro. E guido veloce verso l’Equador. In un paesino vicino a Quito passa l’equatore, hanno segnato una linea. Ma tre chilometri piu in la, i Maya, secoli addietro, avevano costruito osservatori e obelischi misteriosi, posso vederne le rovine. E un giorno, la scienza moderna si e accorta che avevano ragione loro: l’equatore passa dove ci sono le rovine dei Maya, che avevano capito tutto, prima e meglio.

TRA CAFFE E CERCATORI D’ORO

Sopra, cercatori d’oro in Peru. Sotto, da sinistra, il team di una stazione di servizio in Honduras e una veduta del Machu Picchu in Peru. Di fianco, la citta Maya costruita ai piedi della montagna sacra in Messico. Nell’altra pagina, in alto, una bambina nelle piantagioni di caffe della Costa Rica e una contadina della Ande peruviane. Al centro, La Pampas argentina.

Meditando su questo, macino altri chilometri e varco la frontiera con il Peru. Mio angelo custode da qui in poi sara l’Associazione Liguri nel Mondo. Mi sento coccolato, io che sono ligure mi sento a casa e tutti i membri si prodigano per me in modo eccezionale. Mangio tapioca e panna cotta al cioccolato, la ricetta della felicita. Noleggio un piccolo monomotore con pilota e sorvolo le misteriose linee di Nazca create dagli Incas. Visito vari siti archeologici e, a un tratto, una piramide, ancora intrappolata nell’intricata vegetazione, mi toglie il respiro.

L’Adriavan, fedele compagno, mi conduce a cavallo delle Ande. Passo il Machu Picchu e le isole galleggianti del lago Titicaca, fatte dagli abitanti con le canne di bambu. Le donne hanno pantaloni stretti, una gonna pesante rossa a strisce orizzontali colorate, un poncio e l’immancabile fagotto sulla schiena, lunghe trecce e un cappello da uomo calcato in testa. Attraverso la musica e i colori della Bolivia mi dirigo verso il Cile. E vivo un vero incubo. Il Gps e le mappe stradali mi dicono che dovrei essere sulla Strada Nazionale 603, che dalla Bolivia porta in Cile. E allora perché sono su una strada sterrata che termina in un lago salato? Bisogna attraversarlo.

La sottile crosta puo pero spezzarsi e io restare impantanato a vita. Serve una guida. La trovo per 40 dollari. Mi porta sulla sponda opposta del lago facendomi strada a cavallo della sua motocicletta. Missione compiuta, lui se ne va. E io? Oltre il lago non c’e nulla, solo campi dissestati e pietraie, il mio Adriavan non ce la puo fare. E il panico. Non so dove sono, non so dove andare. Il Gps impazzito segna la 603. Il cuore batte forte, devo prendere una decisione: vado. E, a un tratto, vedo una sbarra e la bandiera cilena. Mi accolgono i “carabineros”.

Sono in Cile, poco manca che li abbracci scoppiando a piangere. L’Adriavan? Alla fine ho rotto solo la pompa dell’impianto di condizionamento. Natale ormai e passato. Con gli occhi colmi delle immense pianure cilene e nel cuore nuovi amici, il 9 gennaio entro in Argentina.

Un’altra dimensione di vita. I terreni delle proprieta sono immensi, lo sguardo corre lontano. Tramonti stupendi accarezzano il dorso dei Lama e delle Vigogne che pascolano nelle grandi distese. Dai ghiacciai ai piedi delle Ande, passo a verdi vallate, laghi, montagne, fino alle coste oceaniche, dove un trionfo di animali mi apre i cuore: pinguini, leoni marini, una natura semplice e struggente. Inizia l’ultima tappa verso sud, attraverso la Patagonia, che comprende tutta la parte meridionale del Paese, dal grande Rio Negro fino al famoso Capo Horn.

Le giornate si allungano incredibilmente, ormai ho 18 ore di luce, dalle 3 alle 21.00. Lascio l’Argentina e supero il confine per passare alla parte occidentale della Terra del Fuoco, che e Cilena. Ci siamo, la meta e a un passo. Attraverso con malcelata emozione lo Stretto di Magellano di liceale memoria e, infine, nuovamente la frontiera per rientrare nella parte argentina di quella che, per la precisione, si chiama: Isla Grande de Tierra del Fuego. Una serie di colline nerissime non piu alte di una cinquantina di metri sono in realta piccoli crateri vulcanici.

E mi viene un dubbio: vuoi vedere che si chiama "Terra del Fuoco" per questo motivo? La spedizione ita-liana e giunta alla meta! L’Adriavan ha percorso 48.000 chilometri senza dare problemi. 19 gennaio 2003: sono a Ushuaia. Tempo pessimo, pioggerellina da vera “azione di disturbo”, neve sulle montagne circostanti, gia a partire dai 350 metri di quota, un mare grigio plumbeo. Muschi inzuppati e saturi d'acqua, piccoli e grandi ruscelli, acqua, acqua dovunque. Ushuaia non mi va giu, ma mi regalera l’ultima grande soddisfazione di questo viaggio. Il governatore desidera incontrarmi. “Ha gia visitato il museo dedicato alla Marina?” mi chiede. Rispondo di no e insiste per portarmi. Morale: nelle teche esposte, accanto ai nomi dei grandi viaggiatori del passato, vicino a quello di Amudsen, hanno aggiunto anche il mio.

E un articolo che parla della mia impresa, in calce ho fatto una dedica. E se andrete fin la, fino alla fine del mondo, in quel museo ci incon treremo ancora.

VERSO LA META

Nell’altra pagina, dall’alto, pinguini australi nella penisola di Valdes, lama al pascolo sulle Ande; in basso l’arrivo a Ushuaia, la citta piu a sud del mondo. Sopra, ritagli di giornali che dipingono Piero Ciacchella come il nuovo Marco Polo o l’Indiana Jones italiano.

IL MEZZO

Adriavan, motore turbo diesel iniezione diretta
2800cc

ALLESTIMENTO:

  • Condizionatore d'aria in cabina di guida - (funzionante con il motore)
  • Condizionatore d'aria in dinette - (con tensione di rete)
  • Doppio serbatoio acqua potabile per totale 180 lt.
  • Frigo trivalente da lt.110
  • Impianto di trasformazione della tensione per adattare l'Adriavan alla rete americana a 110 v.
  • Un inverter per poter disporre di tensione 220 v. da batteria
  • Serbatoio di complessivi kg.60 gpl per cucina,stufa e frigo
  • 4 fari per illuminazione pista sul tetto
  • 2 ruote di scorta
  • Presa alternativa dell'aria al filtro carburatore sul tetto per l'attraversamento dei deserti polverosi
  • Navigatore GPS con mappe satellitari di tutto il percorso
  • Telecamera posteriore di manovra con monitor in plancia
  • Stazione di telefonia, fax e trasmissione immagini digitali veicolare, via satellite
  • Griglia di protezione anteriore al radiatore ed ai proiettori
  • Due canestri di carburante di scorta da lt.20 cad.
  • Cassone sul tetto per tutti i pezzi di ricambio motore
  • Base per telecamera in consolle per le riprese in marcia